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IL FORNO DEL PANE
di Don Leone Lussana, Parroco di Torre Boldone

SULLE SPONDE DELL'OCEANO

All'inizio del mese di gennaio 2004 un gruppo di Torre Boldone, con alcuni amici di Bratto, si è recato in Tanzania a portare il frutto della solidarietà di tante persone. Per il Villaggio della Gioia, che il missionario passionista padre Fulgenzio ha pensato per i bambini che famiglia non hanno. La nostra comunità, mettendo al centro il Forno del Pane, ha evidenziato un aspetto concreto e simbolico del villaggio.

NEVE E CALURA

Ha colpito un po' tutti noi il proverbio che recita: non pensare che dove non arriva la corrente elettrica manchi la luce. Ce lo siamo ripetuti spesso nei giorni della nostra permanenza in terra d'Africa. Che ha coinciso in gran parte con il tempo di Natale, annuncio di quella Luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. Messaggio di autentica umanità che lo Spirito coltiva in ogni angolo della terra. E che a volte, secondo le coordinate evangeliche, cresce in modo più evidente là dove la povertà rende meno appesantito il cuore, più trasparente lo sguardo, più sorridente il volto.
Siamo passati dalla neve al grande caldo del subequatore nell'arco di poche ore. Un gruppo di quattro torreboldonesi a cui si sono unite quattro persone di Bratto che già avevano vissuto una esperienza di volontariato in Tanzania. Abbiamo fatto sintonia con amici di Castel Rozzone e Azzano S. Paolo in volo con noi, con lo stesso intento. Nevicava a Zurigo, città da cui ha preso il via l'aereo che ci ha portati a Dar es Salaam, capitale del paese africano che si affaccia sull'Oceano Indiano. Le tarde ore della sera ci accolgono con una vampata di caldo che ci fanno presto smettere i panni vestiti in Italia. La notte non ci permette molto, solo di intravedere un viavai ai lati delle strade, gente che emerge e scompare dai finestrini dei nostri gipponi stracarichi che inviterebbero a sedersi sugli ampi e arieggiati portapacchi, come avviene dintorno. Qualche postazione di vigilanza sogguarda simili situazioni, facendo rientrare il tutto in una accettata normalità.

IL VILLAGGIO DELLA GIOIA

Padre Fulgenzio ardeva dal desiderio di condurci dalla residenza dei padri passionisti al suo Villaggio della Gioia. La sua ultima creatura al servizio di una promozione umana ispirata al vangelo e alle autentiche esigenze della cultura locale. Così di buon mattino conosciamo l'alveare di genti delle periferie cittadine, l'agitarsi a suo modo composto dei mercatini agli incroci, la paziente attesa dei venditori di tutto, lungo i bordi delle strade. E' la ricerca della sopravvivenza, in una qual imprenditorialità della vita. Officine all'aperto: di falegnameria, di carpenteria; negozietti in minuscoli contenitori con le offerte più svariate. Tanti, troppi sono accorsi alla città dalla campagna assolata e che non riesce a nutrire, ingrossando periferie impossibili. Si svolta con l'auto ai piedi di un cartello posto a segnalare il Villaggio: in mezzo alla pubblicità di bibite e manghi parla appunto di gioia e speranza. La strada è sterrata, con dossi e buche sufficienti a farci percepire nel piccolo che cosa dev'essere il viaggiare lungo i settemila chilometri della transafricana, che collega il Cairo a Città del Capo. L'Africa percorsa da cima a fondo senza tema di doversi assopire. Si cerca su queste strade, ora sulla sinistra ora sulla destra ora aggirando pozzanghere, l'alveo migliore di una sempre incerta carreggiata. Rientrando costantemente nella logica della guida a sinistra, dono del tempo coloniale.
Dopo aver attraversato un villaggio, simile ai centomila disseminati nel paese grande tre volte l'Italia e che rende bene l'idea di che cosa sia vivere, convivere e sopravvivere, ecco in fondo il cancello del Villaggio. Rosaria si improvvisa portinaia, immortalata da Cesare che non perderà una battuta di questo nostro andare e sostare, macchina fotografica e videocamera incorporate. Qualcosa del Villaggio avevamo percepito dalle diapositive proiettate in auditorium, ma sai questi missionari sono capaci di qualsiasi trucco per il bene che vogliono raggiungere. Si va invece al di là di ogni attesa: le case-famiglia per una vita che odori di di quotidiani affetti scambiati, le aule scolastiche con banchi dei tempi del pennino e calamaio; la chiesa che raccoglie a formare parrocchia anche dai luoghi vicini, perché non si faccia serra con gli interni prossimi ospiti; i tanks per l'acqua che percepiamo subito bene prezioso; la casa per gli ospiti e volontari, che qui vengono ad apprendere quanto non è ancora andato distrutto della autentica cultura africana.
Perché forse troppo presto anche l'Africa, giustamente sorgendo dalle estreme situazioni di povertà, si accoderà alla logica delle cose che luccicano ed incantano, delle cose che abbondano a detrimento delle cose che contano. Loro intanto conoscono ancora l'alfabeto dell'ospitalità, della famiglia allargata, della vicinanza in villaggio, della pochezza non maledetta ma aperta al sorriso. Il linguaggio della persona che vale per l'esserci, il guardarsi, il contarsela, il dedicarsi senza orologi. Oggi e domani e dopodomani, magari tutta la vita in pochi metri quadrati. Qualcuno tra noi arriva ad affermare che cinquant'anni fa anche la vita dei nostri paesi non era dissimile. A Torre come a Bratto. Forse ha ragione, pur in contesti diversi.
Ritorneremo il giorno di festa al Villaggio. Per una di quelle messe africane, quasi leggende metropolitane che qui si materializzano. Nel batter di mani, nel passi di danza, nella bella veste del povero. Nel fuoco d'incenso portato con braci da casa, nel Libro ostentato in solenne processione e proclamato con debite pause, nel linguaggio dolce della parlata swahili, nell'offertorio che dice bene il cuore dei doni, nella liturgia di un pane che trasloca nel vivere. Ee Buàna! : si sospira ad ogni preghiera. Che è come dire: Oo Signùr! Sarà uno dei ritornelli del nostro andare.
Il pomeriggio ci accompagna all'oceano, per spazi di immensità e colore. Con la sera che nell'arco di poco rosseggia per un sole che sembra tuffarsi improvviso, la marea velocemente montante.

CHIESA, SCUOLA E VIGNA

Non potevamo tralasciare la pur faticosa traversata di mezza Tanzania, ad incontrare l'interno di un paese dove missionari di fede provata dicono il vangelo di un Dio che sta dalla parte dei poveri. Così che nessuno si senta all'angolo di quel Regno che non si misura sulle umane efficienze. Cinquecento kilometri attraverso il variare di paesaggi e villaggi che parlano ancora il linguaggio più primitivo e più vero. Con il desiderio del riscatto dalla miseria, con la vita semplice, condivisa, addossata. E celebrata in colorate liturgie. Siamo a Veyula, a due passi da Dodoma, stupenda la sua cattedrale, città voluta sede del parlamento dal grande presidente Nyerere, per il desiderio di una capitale posta al cuore della nazione. Incrociamo la vita della comunità missionaria con chiesa, orto e persino la vigna affidata alle mani esperte di fratel Sergio che non lesinerà sulla varietà delle grappe; la scuola con annessi laboratori di falegnameria, meccanica, sartoria, agraria. Scrutiamo la storia di una parrocchia dai tanti villaggi sperduti, ma capaci di una chiesa centrale a misura di grande partecipazione. Emblema di una presenza cristiana, cui sta a cuore un'evangelizzazione che impatta la promozione globale della persona e del territorio. Gli amici di Bratto vi posero mano a suo tempo e si rituffano in luoghi, persone e ricordi che riaprono un arcobaleno di belle esperienze. Con padre Bortolo, parroco, e suor Rosaria addetta alla scuola. Noi di Torre ammiriamo l'opera appassionata di coloro che hanno fatto fruttare la solidarietà di tanti e continuano a seminare speranza. Si rientra in fretta a Dar es Salaam nella giornata del 7 gennaio. Una data da segnare con penna d'oro negli annali del villaggio della Gioia. Attesi, giungono i primi bambini ospiti che, con due suore passioniste, aprono la prima casa-famiglia. Li accogliamo nella caotica stazione dei bus, dopo un viaggio di mille kilometri, stanchi ma sorridenti. Scendono da un bus dove la lista dei passeggeri sembra interminabile, le valigie ammassate sul tetto, in mano quanto basterebbe per un mercato del mercoledì in generi di varia natura. E' già sera e l'ingresso al Villaggio rasenta la semplicità provocante: ciascuno ha per mano un bambino, scrutando nei grandi occhi nascosti nel buio dei volti i sentimenti che emergono. Sfoggiamo le poche parole che abbiamo appreso in lingua swahili. Non ci sentiamo ridicoli, è il modo per dire accoglienza nella lingua di questi piccoli. Padre Fulgenzio si apparta furtivo: non se ne vedranno le lacrime. Il suo sogno, il suo progetto, che in tanti abbiamo voluto condividere, si apre a un'avventura che verga le sue prime righe. Dio gioia, di umanità, di carità cristiana.

CEMENTO E MATTONI

Messaggeri di un appello raccolto e di una solidarietà che si dice in un pane che parla di festa, di vita, di dono.
Fortemente simbolico quel forno che in pochi giorni trova le sue fondamenta, e i suoi primi mattoni. Lo completeranno, dotandolo del necessario. Intanto però si mette mano al piccone, alle pale, a tradurre nelle pietre iniziali quel forno cartaceo che ragazzi e giovani sotto Natale hanno portato tra sagrato, chiesa e oratorio. Si impasta sabbia e cemento: all'opera tutti. Guido in cerca di pietre, Rosaria a rifornire la betoniera di sabbia, Cesare una mano da manovale e una da direttore d'asilo, Benigno a dirigere con fare sicuro, GiovanMaria artigiano in cerca di soci per una futura impresa in Tanzania, Franco e Agostino impresari di lungo corso, Sandro meccanico imprestato all'edilizia. Don Leone alla carriola, Annamaria giovane 'geometro', nei paesi si diceva così, dell'impresa. Alle pitture murali e ai colori che asciugano sul pennello per il caldo, don Aurelio, parroco di Castel Rozzone. In cucina, e qua e là per consigli, la Gabriella insieme alle native Maria e Silvia. Ci sono anche tre amici di un gruppo religioso torinese, bonariamente chiamati i Re Magi. Pochi giorni, ma l'opera cresce veloce.
Il cardinale Polycarp Pengo lo troverà la domenica, dopo la messa solenne di inaugurazione e il taglio del nastro al Villaggio. Cardinale amico del Villaggio e che proprio per questo potrà godere di una stanza tutta sua per lavoro e riposo. Almeno lui pensa così, e glielo lasciamo credere, ma i pellegrini hanno dei dubbi. Una giornata che meriterebbe una pagina a sé per l'entusiasmo, il catering, che là non ha traduzione e a cui diamo una mano per tendoni e vivande, sempre sperando nei profitti di una futura società. Al pranzo all'aperto anche la mama mKapa, che pensate un po' è la moglie del Presidente. Abbiamo capito che mama significa semplicemente signora. E che mKapa non ha a che vedere con moglie del Capo, è solo il cognome. Una giornata sigillo di una provvidenza creduta, che ha preso mani anche da noi. Si va a chiudere ormai. Ci concediamo qualche ora tra gli Wamaconde, artisti dell'ebano e i Tinga-tinga, artisti di colorati batik. Seguendo nel comprare la legge di una trattativa al ribasso, per cui si tira al 50% con la certezza di essere comunque dalla parte dei polli. Il tempo di sobbalzare per strada sui dossi a perdere manghi e bresaola. Di ricuperare in parrocchia tamburi di lungo corso. Con la sera dedicata a canti tra il romantico e il montanaro.
Lasciamo al racconto orale i tanti angoli qui dimenticati. Volutamente o per spazio. Compresi gli aspetti di un'allegria coinvolgente che ci ha fatti sentire di casa e in bella sintonia con tutti i presenti. Con fatti, e non pochi, al di là dell'esilarante e di più. Il colmo dei colmi a quel tale, abituato ai lunghi calzoni, che in giorni di pantaloncini corti ha girovagato, convinto di averli indossati. Han dovuto svegliarlo dalla sua convinzione... per questo ed altri simili fatti andate dai testimoni o fate un giro in Tanzania. Ne parlano.


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