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Un’opportunità persa? — testimonianza di Massimo

Settembre 2013

Massimo

Vivere è incontrare. Lo disse parecchi anni fa don Franco Benedini, il prete responsabile della formazione dei volontari dello SVI (Servizio Volontariato Internazionale) di Brescia. Allora non sapevo ancora che per me sarebbe diventata una verità costante. Cinzia, che sarebbe poi diventata mia moglie, ne comprese ben presto il significato permettendomi di viaggiare in angoli del mondo dove lei, per vari motivi, non sarebbe mai venuta.
Permettendomi così di incontrare persone e crescere come persona. Lo scrittore americano Steinbeck disse che non sono le persone a fare i viaggi, ma i viaggi a fare le persone. Cara Cinzia, il primo e più grande grazie è per te: ti risposerei infinite volte se solo potessi.
Se penso alle persone che negli anni ho conosciuto al Villaggio della Gioia, ospiti e volontari compresi, non ce n’è uno al quale rinuncerei, nemmeno quelli coi quali mi dividono opinioni e stili di vita, soprattutto al Villaggio della Gioia. Anzi, non rinuncerei soprattutto a loro perché è dal confronto con loro, è osservandoli, che ho elaborato pensieri e riflessioni che sono in continuo divenire. A volte mi capita di produrre parole prima che queste siano il risultato di un ragionamento compiuto, parole che vorrebbero essere uno stimolo di riflessione non solo per gli altri, ma anche per me stesso.
La mia testimonianza di oggi non è relativa al Progetto del Villaggio, né a Baba, ai bambini o alle suore. Ho già scritto e parlato di questo, molti hanno scritto e scrivono di questo o ne parlano. Se vado a leggere le testimonianze di questa estate 2013, è evidente il livello di soddisfazione per l’esperienza che ospiti e volontari hanno vissuto al Villaggio della Gioia grazie a p. Fulgenzio e ai bambini.
La mia vuole invece essere una voce fuori dal coro e riferirsi agli ospiti e ai volontari che mi è capitato di incontrare al Villaggio, alcuni anche più volte da quando, nel Febbraio 2008, sono arrivato per la prima volta. Privo di certezze, consapevole di non avere la verità in tasca, convinto dell’assoluta buona fede di tutti, non posso non rilevare differenze sostanziali col mio modo di intendere il significato della nostra presenza in Africa e al Villaggio della Gioia.
Un’opportunità persa: perché?
L’Africa ci presenta una realtà diversa; benché filtrata, soft, anche il Villaggio della Gioia ci presenta una realtà differente dalla nostra.
Chiediamoci se siamo noi a dover cambiare l’Africa e il Villaggio, oppure se non siano questi a cambiare noi. Chiediamoci se andiamo in Africa e al Villaggio per rispondere ai loro bisogni o se non sia piuttosto per l’esigenza di rispondere ai nostri bisogni. Io propendo per “la seconda che hai detto” se questa è quella più vicina al nostro sentire, ritengo che non possiamo semplicemente trasferire al Villaggio il nostro stile di vita occidentale, fatto di tante abitudini quotidiane, compresi alcuni vizi, grandi o piccoli che siano (fumo, caffè, birra, ecc.). Anzi, approfittando della nostra valuta forte, rispetto allo scellino locale, ci permettiamo anche quello che di solito a casa non possiamo permetterci, tipo scorpacciate di pesce quasi ogni domenica perché tanto costa relativamente poco.
Forse, aiutati dall’Africa, durante la nostra permanenza dovremmo adottare uno stile di vita un po’ più sobrio rispetto a quello cui siamo abituati a casa; e possibilmente, una volta tornati, introdurre alcune limitazioni ai nostri consumi, nella consapevolezza che non possiamo continuare a spremere il pianeta ed essere i soli a berne il succo.
Quest’estate alcuni ospiti che si sono recati al Villaggio per la prima volta mi hanno detto di essere rimasti sorpresi dal tenore di vita che si conduceva all’ostello; c’era chi non immaginava che ci fosse la possibilità di bere il caffè, di farsi la doccia tutti i giorni o di mangiare piatti abbondanti tanto che in diverse occasioni è avanzato cibo. Una volta arrivati, si sono adeguati allo stile di vita che hanno incontrato, proposto soprattutto da chi, come me, è stato più volte al Villaggio, da chi, come me, è responsabile dell’assimilazione dei nuovi arrivati. È una responsabilità importante, perché traccia la via che i nuovi seguiranno.
Se andate a rivedere le parole chiave che vi sono state mandate con i “materiali” (file: ‘VGm parole parole parole’), vi troverete, tra le varie, rinuncia e rispetto (di persone, regole, ambienti). Chiediamoci a cosa abbiamo rinunciato e facciamoci un esame di coscienza circa il rispetto delle regole. Se non le condivido, ho tutto il diritto di darmi da fare per cambiarle parlandone con Baba; ma finché ci sono, perché non rispettarle? Perché fumare in ostello, anche se so che non si può? Perché uscire la sera dal Villaggio o sostare nei pressi delle case famiglia o elargire regali anche se viene chiesto di non farlo? Se invece queste cose non si sanno, beh, vuol dire che il sito del Villaggio della Gioia o i materiali inviati non sono nemmeno stati guardati.
Chiediamoci, inoltre, che effetto può avere il nostro stile di vita sulla gente del posto se portato fuori dal Villaggio. Siamo Italiani, Europei, occidentali, bianchi, cristiani (o almeno considerati tali). Abbiamo colonizzato e tuttora stiamo colonizzando con le multinazionali e il Fondo Monetario Internazionale. Vi invito a pensare all’impressione che lasciamo quando regaliamo cose, quando trasferiamo cassette di birra dal villaggio di Mbweni al Villaggio della Gioia, quando fumiamo e/o sorseggiamo bevande in ambienti dove non ci sono persone del posto che fanno altrettanto. Se fumiamo (soprattutto le ragazze) o ci concediamo una birra al centro commerciale di Mlimani City, il fatto passa inosservato; e a Mbweni? Noi veniamo osservati, forse giudicati, non come singoli individui, ma come ‘rappresentanti’ del Villaggio della Gioia… Che idea si fanno di noi e, tramite noi, del Villaggio?
Il Vangelo celebra la povertà. Non so che conoscenza del Vangelo abbiano i Musulmani (la mia del Corano è nulla), ma se sapessero che il testo sacro dei cristiani celebra la povertà, si farebbero due risate. Il Cristianesimo è la religione dei paesi ricchi.
E ancora: in che misura ospiti e volontari hanno voglia di saperne di più sull’Africa? In particolare quelli che hanno la ricetta pronta per risolverne i problemi, quando magari non sono riusciti a risolvere nemmeno quelli a casa propria. È con piacere che ho visto un paio di ospiti leggere “Ebano”, di Kapuscinsky e probabilmente altri hanno letto testi pertinenti. Ma quando è stata proposta la presentazione delle fasi della colonizzazione africana o della vita di Nyerere, padre della patria artefice dell’indipendenza pacifica della Tanzania, uno dei pochi presenti all’incontro era p. Fulgenzio, nonostante su Nyerere e le “Tesi di Arusha” avesse fatto la tesi di laurea in giornalismo tanti anni prima. Quando è stata proposta la lettura di Nigrizia, una delle poche riviste che parla dell’Africa e delle sue problematiche, l’unico che ha chiesto di leggerle è stato p. Fulgenzio, nonostante dell’Africa ne avesse già una certa conoscenza.
C’è di più: a mio avviso uno dei limiti di noi ospiti del VdG, è che quasi mai abbiamo avuto la possibilità di partecipare a un corso di formazione per volontari. Perché allora solo poche persone hanno accettato di partecipare a degli incontri intesi a confrontarsi su dinamiche interculturali o a immedesimarsi nei locali e cercare di vedere i problemi dal loro punto di vista?
Capisco l’esigenza di riposarsi, la voglia di rilassarsi, ma a volte ho avuto l’impressione che il Villaggio della Gioia rappresentasse l’occasione per fare altro: andare al mare, fare shopping di stoffe e souvenir, stuzzicare i ragazzini per sapere come sono trattati dalle suore o se è vero che il VdG si fa carico delle spese dei ragazzi che sono stati riaffidati ai loro parenti dai Servizi Sociali dei Minori della Tanzania. Ho letto una lettera scritta in inglese ad una ragazzina del Villaggio con la quale le si suggerisce di far scrivere ai suoi fratelli e sorelle lettere di protesta contro le suore e di consegnarle a b.M., con la raccomandazione di distruggere poi la lettera, che invece ho poi avuto modo di leggere. Perché Baba, ad un certo punto, ha ritenuto necessario esporre in bacheca copia delle ricevute dei soldi spesi per Naiman? 1.550 euro in tre mesi; perché, se Naiman sostiene una cosa e Baba un’altra, si deve credere a Naiman?
Ritorno all’inizio, perché dopo queste mie riflessioni potrebbe sembrare che la mia sia una posizione decisamente critica verso gli ospiti e i volontari. Non è così, ribadisco che non rinuncerei a nessuno di tutti quelli che ho conosciuto. Ma che qualcuno avrebbe potuto sfruttare meglio l’opportunità che l’Africa e il Villaggio della Gioia gli hanno dato, non è una riflessione del tutto campata in aria.

Massimo


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