|
Scoprire il mal d’Africa. Tornare e sentirsi fuori posto. Entrare in aula e sedersi al banco o in cattedra ed essere con la testa e col cuore ancora in Africa. Fare fatica ad accendere le televisione o il computer. I canti gioiosi dei bimbi occupano la mente, mentre la pelle avverte ancora il loro contatto fisico. Se aveste visto Anna, 5 anni di grinta e determinazione, o Loveness, 2 anni e mezzo, mentre apre la bocca per infilarci il dito, imitando il dentista che stava visitando una sua compagna, o Matteo, 3 anni trascorsi a cercare affetto. Se aveste visto Tatu, ricoverata in ospedale per una forma di leucemia acuta. Tatu, con la sua malattia, rende migliori coloro che le stanno vicino, sviluppa la loro sensibilità, apre il loro cuore.
Ho ancora negli occhi l’immagine di bimbi con la loro uniforme scolastica che vanno a scuola a costruirsi il loro futuro.
Ho viaggiato abbastanza, nel Nord e nel Sud del mondo, con gruppi e da solo. Con la scuola ho visitato Auschwitz, ho partecipato a scambi culturali che mi hanno portato negli Stati Uniti e in Russia, in Portogallo e in Romania. In Cina. Ho conosciuto persone splendide che hanno rafforzato la mia convinzione che vivere è incontrare. Grazie, don Franco Benedini, per questo suggerimento (SVI di Brescia, tanti anni fa). Ma il Villaggio della Gioia ti restituisce una dimensione spirituale che credevi non esistesse più, ti rivolta come un calzino mettendoti in crisi. Secoli di illuminismo, razionalismo e positivismo vengono scossi da 15 giorni in Africa.
Pensavo fosse necessaria una diversa, utopistica distribuzione delle ricchezze per migliorare le condizioni dei paesi del terzo mondo. Il nostro benessere si basa sulla povertà di altri, le nostre ferie, la nostra macchina nuova, dipendono dalla badante ucraina che si occupa di nostro padre per la metà dei soldi che costerebbe una casa di riposo. Ma qui, in Tanzania, dove la vita ha avuto inizio, pole pole (piano piano), hakuna matata (non c’è problema), sono una filosofia di vita da invidiare. Vivere la povertà serenamente, con dignità, col sorriso, senza forme di arrivismo, ambizione, competizione, stress, ansia, materialismo. Un saluto ed un sorriso per tutti. Nella lingua Swahili non esiste il verbo risparmiare: nessuno accumula, ciò che conta è riuscire a mangiare oggi. Anche domani penseremo a mangiare. E così via.
Se l’Africa è dove si sta male, dov’è l’Africa? Forse qui, a casa nostra.
Padre Fulgenzio Cortesi è un grande della terra. Come lui ne esistono altri, nascosti un po’ ovunque. Ogni tanto i media danno giustamente risalto ad alcuni di loro (Madre Teresa), ma colpevolmente ne tacciono tanti altri. Il progetto di Baba Fulgenzio è dare una casa, una famiglia, a bambini di strada orfani. 30 milioni nel mondo. Ha avviato un ordine religioso, le Mamme degli orfani, realizzando case famiglia con l’aiuto di un socio d’affari (Dio) che provvede, quando serve, a risolvere situazioni complicate. La provvidenza! Mai in vita mia avrei pensato che vi avrei creduto.
Dal Villaggio della Gioia le Mamme degli orfani porteranno gioia in altre realtà geografiche, dando affetto a chi ne ha maggiormente bisogno, a quegli innocenti che oggi si cibano di rifiuti o sniffano colla per non sentire la fame.
La legge non può, non deve essere uguale per tutti, non possono esserci leggi che facciano violenza ai valori culturali di una comunità, è illusorio pensare di poter regolare qualsiasi società unicamente secondo il proprio punto di vista. E’ un mondo in divenire, la storia scorre come un fiume; solo l’incontro di diverse culture potrà portare le persone a confrontarsi e ad accettarsi.
Grazie Africa
|