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Testimonianza di Monica Fucci

Agosto 2013

Monica

Estate 2013, sono di nuovo al Villaggio della Gioia.

L’anno scorso sono tornata a Roma a metà luglio, rigenerata e ricaricata, con gli occhi pieni di colori, il cuore ritrovato, la mente invasa dai ricordi e finalmente sgombra dalle mille piccole cose inutili, a cui non ho mai dato importanza, ma a cui si è costretti in Italia.
Schiavi.
Poi pian piano sono stata ripresa dalla mia vita, ricca di impegni, lavorativi e non, anche piacevoli ma che mi distraggono dall’ascoltarmi. Eppure, nonostante ciò, con il passare del tempo un sottile sentimento si è insinuato e pian piano ingrandito, finché ho potuto riconoscerlo: nostalgia, semplicemente nostalgia. E non ho avuto scelta, mi mancavano i bambini del Villaggio, tutti, e dovevo tornare.
Ho molti amici Africani in Italia; ascolto la loro musica, guardo il loro cinema (hanno grandi registi e un Festival del Cinema famoso come quello del Burkina Faso), cucino i loro piatti tradizionali e ballo le loro danze. Quando hanno bisogno, sono disponibile ad aiutarli così come faccio con italiani, europei o chiunque altro mi chieda. Ogni mese dormo/veglio per qualche notte in una casa famiglia dove vengono ospitati bambini affetti da patologia oncologica e le loro famiglie. A me quindi non mancava l’Africa, né la possibilità di servire, mancava proprio il Villaggio con i suoi bimbi e il Baba. Ed ero preoccupata per loro.
Così son tornata per vederli e per capire. Non basta un’esperienza di un mese per capire il Villaggio e le sue dinamiche. Non basterebbe una vita. Bisogna avvicinarsi con umiltà e poco per volta e possibilmente lasciando a casa la nostra testa italiana. Quella ci serve per sopravvivere nella nostra società, non qui. Qui possiamo essere liberi. Qui possiamo dedicarci all’essenziale, a ciò che conta.
Ma siamo ospiti, in Africa come in qualsiasi altro paese che visitiamo. Condivido il pensiero “l’Africa agli Africani”. La cosa peggiore che possiamo fare, secondo me, è continuare a rubar loro l’identità. Ho sempre pensato che “rubare l’anima” con una fotografia sarà pure una credenza, ma c’è qualcosa di vero.
Secondo me, nel mio piccolo, mi sono fatta l’idea che al limite bisogna aiutarli a consapevolizzare la loro identità e ricchezza culturale. Si riesce a valorizzare solo ciò che si capisce e si apprezza.
Il Villaggio della Gioia è ancora un’altra realtà all’interno della realtà africana. A me piace vederlo come un’ enorme famiglia, dove tutti i componenti, proprio tutti, inclusi noi cosiddetti “volontari”, hanno talenti e limiti ma sono tutti necessari e utili. Ognuno dà quel che può, rispettando i ruoli e senza mai mancare di amore reciproco, spirito di servizio e disponibilità a capirsi e comunicare prima di farsi un’opinione o tranciare giudizi. Comunicare con tutti, senza diffidenza o paura, per capirsi e conoscersi e per dare una stabilità e serenità a questi bimbi che sono il fattore unificante per tutti: mamme, papà, zie/i, nonni, tate, amiche/amici e confidenti, acquisiti. È difficile avere un progetto così grande ed è difficile condividerlo, ma io sono ottimista, pole pole e con spirito puro e privo di preconcetti. I figli comunque, secondo me, restano di mamma e papà e dobbiamo avere l’umiltà di capirlo, come lo capiamo in Italia, anche se ci vuole un villaggio per crescere un bambino.
Sono piccole considerazioni, forse neanche troppo originali, ma che sentivo di scrivere. Adesso, l’anno scorso era troppo presto e se continuerò a poter tornare, spero che si approfondiranno con nuove riflessioni. Resterà in me però ferma l’idea che l’albero della vita ha tanti rami. Bisogna solo amarsi un po’ di più e comunicare in maniera trasparente.
Quest’anno il gruppo di volontari che ho trovato qui è molto allegro e affiatato anche se tutti, appunto, diversi. I bimbi sono cresciuti e alcuni piccoli sono quasi irriconoscibili. Nel vederli ho sentito una piccola fitta al cuore per aver perso un anno della loro quotidiana crescita.
Abbiamo giocato, disegnato, infilato perline e siamo andati al mare e il Baba sta organizzando una grande gita.
Alcune bimbe sono quasi donne e lo si vede sempre di più quando il sabato sera vengono a ballare all’ostello. I ragazzi più grandi si riuniscono ogni settimana dopo cena per incontrare il Baba e parlare di se stessi e del loro futuro. In questo modo il Baba ha la possibilità di capire quali sono i loro talenti e desideri e come aiutarli a formarsi per la scelta di vita che vorranno fare. C’è chi però ha già scelto, Emanuel e Paulo. Non sono più al villaggio perché sono in seminario.
Hanno liberamente seguito la loro vocazione e lo hanno potuto fare perché prima supportati nei bisogni primari e nella formazione. Una vecchia canzone di Paoli diceva “Sem, Cam, Jafet non avran colore, saran figli di un professore, eh sì, sarà proprio così” a significare che solo la formazione ti dà quella marcia in più per evolvere e per superare i pregiudizi tra i popoli. Tra i due ragazzi, conosco meglio Paulo, anche attraverso i racconti di un volontario che ha terminato la sua vita di recente proprio qui al villaggio. Era orgogliosissimo di Paulo, di averlo tenuto a battesimo e della sua vocazione. Sperava ardentemente che entrasse in seminario e portasse a termine una scelta che tanti anni fa aveva condiviso. Spero che lo possa vedere di lassù e possa sostenere entrambi i ragazzi, come ha fatto per anni venendo qui al villaggio. Quest’uomo si chiamava Pino Pavesi, per i bimbi “Uncle Pino”. Tra chi lo ha conosciuto è vivo un dolore riservato, come era lui. Non tutti lo hanno capito veramente. Quando ci ha lasciati, per giorni ho ascoltato una struggente canzone di Bob Dylan perché, semplicemente, “he was a friend of mine” .
Ma vorrei concludere con un episodio accaduto giorni fa, dopo pranzo, mentre aspettavamo che arrivasse Baba Fulgenzio per andare al mare. È arrivata al villaggio Libby, una bella ragazza tanzaniana che aveva fatto molta strada per ritrovare una bimba conosciuta quando, liceale, faceva le pulizie in un orfanatrofio. Non potendo permettersi di supportarla economicamente aveva deciso di donarle amore andandola a trovare spesso, anche quando ormai non lavorava più all’orfanotrofio e si era trasferita in città per studiare all’università. Mi ha raccontato però che dopo qualche anno aveva diradato un po’ le visite, perché la bimba piangeva disperata ogni volta che doveva lasciarla. Ora Libby frequenta un Master in relazioni internazionali in Cina e comunque si è ricordata della bimba ed è andata a cercarla al solito orfanotrofio, ma non trovandola più lì, indicazione dopo indicazione è giunta al Villaggio della Gioia con il cuore colmo di speranza. Questa ragazza ha testa e cuore.
Mentre aspettavamo il Baba, è arrivata la bimba, la nostra Irene, che con un sorriso dolcissimo e felice si è seduta sulle gambe di Libby, chiacchierando con lei come se si fossero lasciate da poco. Uno dopo l’altro sono spuntati tutti i bimbi, incuriositi e contenti di poter parlare in swahili con una nuova conoscenza.
Dopo un paio d’ore, il Baba è arrivato, ha dato il benvenuto a Libby e siamo andati tutti al mare, bimbi e volontari. Libby ha così passato tutto il pomeriggio con noi, vivendo la quotidianità del villaggio e parlando con tutti i bambini.
Quando Libby è andata via mi ha detto: “Vi ringrazio tutti per quanto fate. Questo posto è bellissimo e c’è amore, oltre al fatto che i ragazzi possono studiare; da adolescente sognavo di adottare Irene, perché era sola al mondo, ma ancora adesso non me lo posso permettere. Sapere che è qui è un gran sollievo per me. Ora sono felice. Ho parlato con i bambini, grandi e piccoli, e al di là delle solite insofferenze di tutti i ragazzi verso le regole, qui sono felici”. Quando Libby è andata via, Irene questa volta non ha pianto.
A me basta.
Arrivederci all’anno prossimo.
Monica


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