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«Una domenica a pranzo con Baba» di Massimo

Ottobre 2013

A pranzo col Baba

A pranzo col Baba
di Massimo

Domenica 25 Agosto 2013 ho ricevuto un regalo immenso. Pranzare da solo con Baba Fulgenzio, con un buona bottiglia di vino da messa (0,75 lt meno quello già consumato in due messe) e con pollo fritto alla pentola, nel senso che una pentola piena d’acqua schiacciava il pollo sulla padella accelerandone la cottura.
Mi ha ricordato i pasti consumati spesso con mio padre dopo la morte di mia madre…
È stata una profonda lezione di vita, che da sola è valsa la mia permanenza di oltre 40 giorni in Africa lontano dalla mia famiglia. Grazie di cuore a tutti quelli che hanno scelto di pranzare a “O’ Vesuvio” lasciandomi solo con Baba.
Baba sente le forze venirgli meno, è stanco, il cuore fa i capricci, il fisico non regge le fatiche quotidiane e si indebolisce ogni giorno che passa; è sempre più convinto dell’avverarsi della profezia di quella vecchina che, una fredda e nevosa mattina di Natale in un paesino delle valli bergamasche, gli ha predetto che sarebbe morto all’età di 77 anni. Li compirà il prossimo Marzo.
Ha deciso di anticipare ad Ottobre il suo rientro in Italia e di prolungare la sua permanenza rispetto al solito; necessita di riposo, ma soprattutto è convinto che la sua assenza gioverà ai suoi figli e alle sue Mamme. Figli che ritiene siano un dono e una grazia dello Spirito Santo, figli che adora più di ogni cosa, compresi quei primi 16 che da anni sono a Bagamoyo e che incontra due o tre volte all’anno. È convinto che la sua assenza (o dipartita), benché possa arrecare dispiacere ai bambini e ragazzi e immensa nostalgia e dolore a lui, sia di enorme aiuto ai bambini/ragazzi stessi e alle suore del suo istituto. Mancando lui, è convinto che i bambini e le suore sapranno applicare al meglio quei principi e valori di povertà trasmessi da Gesù e San Francesco, principi che da anni cerca di trasmettere (lo so per certo per aver tradotto lettere in tal senso indirizzate alle suore del Kenia). Non essendoci più lui a sopperire alle mancanze affettive ed economiche dei bambini/ragazzi e del Villaggio, le suore dovranno per forza applicare principi di sobrietà dando ai bambini tutto l’amore di cui saranno capaci. Vuole realizzare la boarding school, convinto che le rette della scuola Hope and Joy e della boarding potranno permettere di affrontare le spese quotidiane e, con la dovuta economia, di edificare un secondo Villaggio della Gioia in uno dei terreni che sono già stati acquistati (Bagamoyo, Mikumi).
È consapevole che, in quanto bianco e occidentale, si rapporta con bambini e suore in modo non corretto, nonostante i tanti anni vissuti in Africa. È convinto che senza di lui le cose andranno molto meglio, sia per i bambini che per le suore dell’istituto da lui fondato. Venendo a mancare il papà, sarà necessariamente maggiore la presenza delle ‘mamme’ e i bambini verranno cresciuti all’africana senza contaminazioni occidentali (sta pensando ad un periodo sabbatico senza la presenza di ospiti e volontari, per dar modo al VdG di provare a camminare con le proprie gambe). Sarà più semplice per i bambini e ragazzi imparare ad affrontare le difficoltà della vita, dove difficilmente qualcuno ti regala qualcosa. Torneranno ad apprendere l’arte di arrangiarsi, forti però delle conoscenze acquisite, delle competenze sviluppate e soprattutto con un ricco bagaglio affettivo. Considerando quanto ama i suoi ragazzi, sapervi rinunciare per lunghi periodi per il loro bene è un atto di generosità fuori dal comune.
Grazie a tutti gli ospiti del VdG per avermi inconsapevolmente lasciato solo a pranzare con Baba; è una di quelle giornate da chiudere in cassaforte e nel cuore. La sua umiltà, l’analisi critica della situazione, che lo vede ‘lontano’ dal Villaggio della Gioia e dai suoi figli, sono stati per me un insegnamento che mi accompagnerà per il resto della mia vita e che cercherò di trasmettere ad altri.
Baba, Le voglio un mondo di bene.

Massimo


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